IL CAUTO SENTIMENTO

IL CAUTO SENTIMENTO

Attaccaticcio. So che mi comporto in modo urtante, ma sempre attac­caticcioGianni Diecidu vischioso. Treno delle 18.30 terzo binario.

Ogni discorso a questo punto è inutile, penso. Mi mostro distratto lontano divagato. Un omino attillato importante agita un disco rosso, si risponde con un fischio acuto ed invadente. Se si affaccia al finestrino con la sua maniera borghese di salutare… Lacrime mute, sventolio di fazzoletti sono ingredienti che non possono, non devono mancare ad una partenza di addio per sempre .Rumore di ferraglia che cresce, confonde, poi spegne le voci d’intorno. Volgo lo sguardo sugli eucaliptus che intrappolano passerotti. Non m’ importa se va via. Un fischio lontano mentre seguo la lunga fila delle agave polverose. L’omino autorevole indica ad uno sconosciuto la ritirata. Quando mi giunge vicino mi confida «tutte le volte che resto solo mi viene da vomitare». «Il fatto è che le manca un piano un programma». Lo vedo allontanarsi saltellando boccheggiante. La sua crisi viscerale irritante e idiota. Se provo pena è per lebole qualità superiore, innocenza in compli­cazioni psicologiche. Maria è partita ecco tutto, per sempre credo, almeno non ci sono ragioni per cui debba tornare.

La sera sciroccosa t’abbatte. Sento le membra flaccide, di sudore untuoso. Non ci fu neanche il tempo di fare una scenata. Capita di avere dentro il vuoto e di accettare tutto quello che gli altri propongono. Maria prima di conoscerlo non aveva alcun interesse allo sport; Aldo salto-in lungo-pallavolo o che altro. Vagava da un campo all’altro applaudendo isterica. Torta di mele per Aldo che a me non piace, e non la smise più di lodare le sue attenzioni.

«Sporca puttana, se ti va portatelo a letto senza cerimonie».

«Che dici?».

«Dico che in questa società neocapitalista, basta saltare così o cosà che ti fregano il culo e la donna». Mi sferrò un pugno e il livido, ahi! Lo sconosciuto impensierito, ora la sua faccia composta, mi affianca. «Si lamenta?», «Qui». Tento di fargli notare il gonfiore alla mascella. «Abbandonato anche lei, capisco. Ha visto la bionda, ossigenata me l’ha confessato lei stessa, della prima classe? Non può, non averle fatto caso, s’impone, sa». Segno di curve rotonde piene voluttuose. Piange, lo con­forto senza entusiasmo. «È triste ritornare alla villa. L’abbiamo arredata insieme con civetteria, comprende?». «Immagino che lei rispetta le appa­renze ». «Proprio così». «Nudista e disinvolta». «Lei ha moglie e figli?». I cavallini della giostra alla fiera di San Giovanni, Maria, la trombetta. La sua gioia fresca rutilante «Maria, stai attenta; non mettere il piede lì, vuoi finire all’ospedale?». Il candore delle lenzuola e tante lucciole in cor­teo. Ed io ridevo per distrarla ma non avevo voglia. Nessuno ne aveva, pure ridevano tutti, e lei si chiuse perché sapeva che lo facessi con inten­zione.

«Ha finito?».

«Di disprezzarmi». Ascolto lo sconosciuto sciorinare il rosario tra pen­timento e vittima. La moglie impegnata al FATE-BENE-FRATELLI, la

«Cosa?».

fabbrica, 50 operai 3 ragionieri una o due segretarie, e il figlio pederasta. Penso di lasciarlo.

«Non mi lasci, non lo tenti nemmeno. Ho bisogno, come si dice, di evasione, preoccuparmi delle cose mie personali. È filosofia anche questo. Mi serve Lili in questo caso». Si toglie la giacca, si alza la camicia zebrata SIGNORILE, «che mi gratti la schiena come fa lei dolcemente, così dol­cemente. Ed io gliele bacio queste mani e mi dimeno per terra e tu puoi dirmi porco e disprezzarmi ma mi piace comportarmi così, fuori di ogni convenzione, come diresti tu? morale, sociale!». Poi il discorso cade su quel figlio pederasta che «ecco sì più forte, piano pianino vedo che lei è allenato» non sa farsela con gli operai, i quali possono masturbarsi la sera, l’importante è non decongestionarli. La mano sorprende le natiche grassocce vitaminizzate dal rullo elettrico e ridiamo ridiamo ridiamo nel groviglio di rami e foglie.

 

 

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