Ten Two

Tutti dicono che Diecidue rimane sempre arroccato al suo circolo di Castelvetrano e non partecipa. Men­tre a Trapani e a Mazara e a Palermo infuria l’attività antigruppo, egli osser­va aristocraticamente, dà qualche colto consiglio, fa la siesta e litiga con sua moglie. Le male lingue! Non litiga ogni giorno, ma quasi; e poi non è vero che per lui la cultura è tutto, c’è anche la politica e poi ce Rolando Certa che lo tiene informato sull’andamento delle cose. Diecidue, come Cali, ha a base della sua esistenza l’amore. Sì, anche l’amore per la Sicilia, perché no? II suo è un amore antigruppo e per la Sicilia e per la donna o per le donne in generale.

Gianni non è aito, ma ha un porta­mento che non lo fa parere piccolo davanti a Cane e Termineìli; il suo modo di camminare e di guardare lo pone al centro dei furiosi antigruppo. Al centro si pone anche quando si scattano le fotografie antigruppo. Ri­cordate, egli sa bene se porgere il

profilo o il fianco alla macchina foto­grafica, egli è un attore. Fa lo stesso quando deve parlare: ti dà un fianco, poi si volta bruscamente e comincia. Le parole cadono dalle sue labbra co­me quelle di un aio greco ad annun­ziare profezie e a dare consigli. È così che il linguaggio di Gianni Diecidue ha cadenza classica e le sue poesie sono frutto di tanto classicismo. Non impor­ta se dopo averle scritte non riesce più a trovarle in quanno ridotte a bran­delli e calati nel forno da una moglie in certo senso tiranna del tiranno Die­cidue, figlio di Selinunte schiuma dei mari del Sud, egli si rassegna con molta superiorità e tanto distacco ari­stocratico. «Dovevo spedirla a Nat per il Trapani Nuova, l’ho scritta questa mattina, ma dove sarà finita? Pazienza, sarà per un’altra volta, intanto ne man­derò un’altra», annunzia a se stesso con voce cupa Ten Two. Ma non perde il vizio di fare solo una copia dei suoi lavori. «Credo, però, che l’abbia data a Rolando» aggiunge dopo qualche mi­nuto. Così il dramma di Diecidue si chiude perché è proprio Rolando che custodisce gli scritti, che li porta a conoscenza dei siciliani, che va a ti­rare i ciclostilati, che organizza la set­timana del teatro. Diecidue, infatti, è anche drammaturgo. L’arte del teatro, in Sicilia, non si esaurisce con Michele Perriera e Mino Blunda, ma continua con Ten Two e soltanto pochi giorni fa le popolazioni di Mazara e Castel­vetrano hanno potuto assistere a uno spettacolo nel quale Ten Two fu capo­rale, cioè il protagonista del suo Capo­rale, opera in un atto. Anche Irene Marusso ha goduto lo spettacolo e in verità ne scrisse bene sul Giornale di Sicilia. E chi credete che sotto sotto profilo o il fianco alla macchina foto­grafica, egli è un attore. Fa lo stesso quando deve parlare: ti dà un fianco, poi si volta bruscamente e comincia. Le parole cadono dalle sue labbra co­me quelle di un aio greco ad annun­ziare profezie e a dare consigli. È così che il linguaggio di Gianni Diecidue ha cadenza classica e le sue poesie sono frutto di tanto classicismo. Non impor­ta se dopo averle scritte non riesce più a trovarle in quando ridotte in bran­delli e calati nel forno da una moglie in certo senso tiranna del tiranno Die­cidue, figlio di Selinunte schiuma dei mari del Sud, egli si rassegna con molta superiorità e tanto distacco ari­stocratico. «Dovevo spedirla a Nat per il Trapani Nuova, l’ho scritta questa mattina, ma dove sarà finita? Pazienza, sarà per un’altra volta, intanto ne man­derò un’altra», annunzia a se stesso con voce cupa Ten Two. Ma non perde il vizio di fare solo una copia dei suoi lavori. «Credo, però, che l’abbia data a Rolando» aggiunge dopo qualche mi­nuto. Così il dramma di Diecidue si chiude perché è proprio Rolando che custodisce gli scritti, che li porta a conoscenza dei siciliani, che va a ti­rare i ciclostilati, che organizza la set­timana del teatro. Diecidue, infatti, è anche drammaturgo. L’arte del teatro, in Sicilia, non si esaurisce con Michele Perriera e Mino Blunda, ma continua con Ten Two e soltanto pochi giorni fa le popolazioni di Mazara e Castel­vetrano hanno potuto assistere a uno spettacolo nel quale Ten Two fu capo­rale, cioè il protagonista del suo Capo­rale, opera in un atto. Anche Irene Marusso ha goduto lo spettacolo e in verità ne scrisse bene sul Giornale di Sicilia. E chi credete che sotto sotto diede una mano a Diecidue? Rotando, non ci pensavate? Rolando che cura l’attività culturale del suo paese.

Ogni tanto Diecidue si alza dalla poltrona del Circolo Pirandello e si spo­sta anche da Castelvetrano, mi ricordo di quella volta quando andammo insie­me a Catania, io e Diecidue soltanto perché Rolando aveva un impegno poli­tico. Da Linguaglossa era partito Cali per incontrarci ai British Coliege dove avremmo tenuto il recital in occasione delia presentazione del libro di poesie «Una stagione d’amore»: un amore di Ten Two, amore mio, amore di Rolan­do: una piccola antologia d’amore edi­ta dalla Celebes di Trapani. Cali, il poeta d’amore di Catania era l’oratore. Mi trovai fra questi due uomini di uguale statura e stessa intensità d’ amore, uno venuto dall’Est e l’altro dall’Ovest; uno con un maglione logoro color vinaccio e un paio di scarpe di dieci anni addietro, l’altro ricercato nel vestire, elegante fino alta fibbia del moderno mocassino; uno con un paio di occhiali scivolati sulla punta del naso per guardarti meglio e farsi guar­dare negli occhi, l’altro con due vetri neri che gli coprono mezza faccia, un Onassis antigruppo lo definisce Nata­lia Cali in Tulipano Rosso,

Diecidue il conquistatore di cuori, chiedetelo alle insegnanti inglesi del British che subito ne furono affasci­nate. Snello, slanciato, capelli lunghi brizzolati, scuote la testa prima a de­stra e poi a sinistra, ti offre il suo profilo, spinge la gamba destra avanti e un po’ ir, fuori e comincia a recitare. Trilla in ogni donna il desiderio e Ten Two io sa benissimo mentre parta con voce lenta pacata cupa profonda, voce degna di qualsiasi teatro d’Italia.

Santo Cali, sottili labbra stirate, sta lì a cogliere non solo i pregi ma tutti i difetti di ogni antigruppo, pronto a spifferarteli in faccia alla prima occa­sione. Questo piccolo grande uomo delta Montagna, fiume di lava e d’ amore che inonda l’universo siciliano, ascolta le mie poesie mentre io sento che in confronto a loro due sono un

piccolissimo rivolo d’amore. No, non lo dico per modestia, ve lo giuro! Lessi con voce lieve e sottile, filo di capello biondo nel pugno di Cali e non era la voce di Agata azzurra.

Orina e la sua amica travolte scos­se tremanti, si smarrirono. «Facciamo una passeggiata, Nat? Ma porta con te Diecidue così potremo andare in quat­tro per le vie di Catania». Al bar, ve­nuti a bere qualcosa con noi, c’erano pure Antonino Cremona e Fiore Tor- risi, ma le due inglesi non vedevano l’ora di uscire e Gianni l’aveva capito mentre apponeva la sua firma su «Una stagione d’amore». Il sangue dei Sud che incontra quello del Nord, processo naturale come l’acqua che cerca il suo livello (andatelo a spiegare alle mo­gli). E mentre io continuavo a parlare con Torrisi, era la prima volta che P incontravo, Diecidue continuava a ripe­termi che le colleghe volevano andar via. «Nat, vogliono andare, accompa­gnamele a casa, mi sembra giusto, sono state così gentili con noi!».

Drina, completamente affascinata da! latin iover sperava anche lei che io mi decidessi a mollare Torrisi, il degno pupillo di Quasimodo, per poter restare un po’ in compagnia del poeta di Castelvetrano. Avrei dovuto capirla la mia collega. Venuta dalla lontanis­sima Australia, Drina, cercava e cer­cava e solo ora scopriva una Stagione d’amore. L’aereo era arrivato a Fonta­narossa da Meiburne via Bangkok pro­prio in tempo perché Drina potesse ascoltare il poeta Ten Two. Fanciulla trentenne, amica di maragià e principi africani, pendeva dalle labbra di Die­cidue. Vergine come la sua antica regina Elisabetta, aveva trovato l’amore grande, profondo, siculo greco arabo normanno spagnolo. Lo guardava con tanto d’occhi languidi.

«Nat, lascia perdere quell’altro poe­ta, vieni facciamo una passeggiata io, Diecidue, tu e la mia amica». Ma io scuotevo il braccio per liberarmi dalla presa mentre Fiore Torrisi: «Nat, un grande editore, grande ti dico, mi ha chiesto deli’antigruppo».

«Naaaat, non è dignitoso trattare così le signorine. È nostro dovere di gentiluomini accompagnarle ora che si è fatto tardi. Su, siamo gentiluomini!» sussurra Diecidue al mio orecchio.

«Mi ha dato l’incarico di compilare un’antologia di poeti moderni».

«Naaat, ti pregoooo!». E finalmente mi volto, ma troppo tardi, le ragazze non c’erano più, indignate avevano ol­trepassato la soglia ed erano andate a casa. Sole.

Più tardi, mentre con Gianni andavo verso l’albergo capii che i siciliani so­no cavalieri nei più profondo dell’ani­ma, ce l’hanno nel sangue il bisogno di proteggere le donne.

«Nat, io non capisco come hai po­tuto lasciare sole quelle due ragazze, qui in un paese che non conoscono».

«Sai, Fiore Torrisi mi diceva…».

«Tu, caro mio, non capisci un fico secco. Mi viene una rabbia!». Continuò a borbottare per tutta la notte, anche

dopo che c’eravamo messi a letto. Si girava e rigirava sotto le coperte, non riusciva a dormire.

«Nat, mi hai tirato un brutto scher­zo questa sera, quelle due ragazze avevano bisogno di noi, non te ne sei accorto? Ma l’hai visto la piccolina come mi guardava? E come beveva le mie parole? Nat, non te la perdonerò mai».

Ripensai a come erano andate le cose. In verità Gianni aveva ragione, mi dicevo, mentre mi giravo anch’io nei ietto, poi cercai di distrarmi guar­dandomi intorno. Le vecchie strutture dell’albergo facevano pensare ai tempi galanti dei nobili sabaudi garibaldini e la lampada a gas non più funzionale diceva che molto aveva visto e sen­tito illuminando nella nicchia la sta­tuetta di Venere alabastrina.

«Porcaccio mondo, Nat, te la farò pagare cara», grida Ten Two interrom­pendo la mia analisi storica.

dis. di Roberto Zito!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *