La Letteratura dell’anticipo – Nicola Di Maio

CCI23092014_11L’antigruppo siciliano ha avuto il merito di avere articolato con molta consapevolezza nelle piazze, nelle scuole, nei posti di lavoro, questi suoi strumenti elementari costantemente sollecitando un rapporto diretto (non esteriore) con la base, vale a dire un rapporto di continuo e biunivoco accrescimento, di scambio interattivo, di lotta. Ora, proprio perché sono profondamente convinto che tale partecipazione non episodica sia una forma di “immunizzazione dal potere” e dunque uno dei modi più autentici per rompere gli “accerchiamenti” che, per la loro rilevanza nel dibattito, meriterebbero certo una più ampia ed esauriente trattazione:CCI23092014_14

  1. 1) tra “gruppi” e “antigruppi” corre una nettissima differenza emergente dal fatto che il gruppo, in genere, offre a considerare sempre una struttura chiusa, circolare, estremamente rigida e selettiva imposta da interne solidarietà e da affinità formali, tonali ecc. che, appunto, rendono quella struttura omogenea, settaria e statica mentre un “antigruppo” costantemente insiste, mettendo in discussione proprio quella omogenea, su soluzioni aperte, collettive e dinamico-dialettiche, all’insegna di una libertà fattuale sempre da riguadagnare e da difendere;
  2. 2) l’ intergruppo (che non vuole essere, come pensa Cara, un «partito degli scrittori», cioè una struttura corporativa) non implica affatto, a mio avviso, un ritorno a ipotesi di gruppo proprio perché (e non poteva essere diversamente) sollecita una convergenza critica di “antigruppi”, vale
    a dire di strutture
    unti massimamente dialettiche e aperte, consapevoli del fatto che il gruppo, in quanto tale, vive nell’ambito di continue e perniciose cristallizzazioni cui non può sottrarsi pena la sua strutturale omogeneità.

Così, facendo riferimento agli antigruppi e ad esperienze in fieri (Antigruppo siciliano, Quasi, Salvo Imprevisti ecc.), pur non addentrandoci per ora analiticamente in una esegesi critico testuale che peraltro è
già in atto, per grandi linee, è possibile individuare:

1) una reintegrazione dei significati (come risarcimento ai netto divario tra segno e referente oggettivo e non precipitante in forme neo contenutistiche) all’interno di uno “scontro” frontale era aperto con gli
oggetti su un fondo di non equivoca o astratta emergenza ideologica-politica oltre che etica 

individuate contraddizioni di fondo e limitatamente ad alcuni autori, emerge facendo ricorso sia ad una corrosione ironicodemistificatrice del reale nei modi rigeneratori di una affabulazione visivamente ideologica ed extrapolata da “procedimenti” di (consapevole o no) ascendenza futuristica; sia ad una violentissima aggressione del “misfatto” storico per una conti­nua o corposa verifica “ideosovrastrutturale” tendente al recupero pieno, totale, della “struttura”, cioè della poesia; sia ad una disponibilità “com­binatoria” di stilemi urbano-contadini costantemente oscillanti tra elegia, memoria ideologica ed anti elegia; sia ad una aggressività di fondo, tenero violenta, a tratti meditativa, lievitante su innesti siculo-beat; sia all’“appro­priazione” di una tradizione illustre-decadente su piani di esistenzialità rifluiti in “metafora” della ridondanza; sia ad una subcultura di apparte­nenza che d’istinto si recupera, tra oscillazioni espressive, come realistica poesia-slogan;

  • una consapevolezza, all’interno del gesto reintegrativo, di un rapporto critico tra autore e materiale linguistico ferma restando, per quanto riguarda il rapporto scrittore-società, la messa tra parentesi di ogni ipervalutazione di entrambi i termini del rapporto pur nel convincimento che la letteratura, nella situazione di conflittualità anticapitalista, non può rinunciare ad assumersi precise responsabilità. In questo senso, l’impegno della letteratura, fuori la astrattezze programmatiche, è quello, antagoni­stico, di contestazione ideologica dello status, superata la fase neorealistica sia di un vittimismo volontaristico sia di una estrinseca richiesta di paci­ficatrici conferme ad una prassi-scrittura presuntuosamente ritenuta esem­plare;
  • una furbizia linguistica mutuata criticamente da consapevolezze metrico-formali degli anni Sessanta: il discorso, nell’attuale momento di verifica delle contraddizioni non vale per tutti gli anti e, ferma restando la libertà espressiva di ognuno, ha sbocchi interessantissimi come già alcune prove lasciano intravedere;
  • una risolta diffidenza nei riguardi della ideologia attraverso una disponibilità critica tendente sempre più a verificarne il senso non orto­dosso \
  • una non accettazione delle strutture di gruppo;
  • un ricorso ideologico a strumenti anti/eso/editoriali (con la con­sapevolezza dei limiti impliciti e senza velleitarismi) per sottrarre l’opera alla prassi della mercificazione e ai “condizionamenti” dell ‘establishment editoriale: testi a ciclostile, riviste auto-gestite in forma cooperativa, recitals in piazza fuori da propagandismi interessati, tentativi di cooperative editoriali.

Detto questo, certamente siamo consapevoli del fatto che il discorso sulla letteratura non “ufficiale” è ancora aperto offrendo a considerare altri aspetti non marginali e situazioni nuove, ad esempio, come quella che pole­micamente è stata definita “letteratura selvaggia” (con implicazioni antro­pologiche) e che già fa la sua apparizione tra mistificazioni di vario tipo; riteniamo comunque di avere individuato, nella complessa disposizione di questo primo scorcio degli anni Sessanta, alcune linee di forza e alcuni aspetti significativi su cui sarà bene più oltre ritornare, fuori da abitudini/ attitudini polemiche non sempre, oggettivamente, costruttive.

 

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