San Vito

Prima che pittura e vernice sbiadi­scano le stelle. Ah le stelle! Non dor­mo in un letto, la sabbia ondulata sotto la mia schiena, una coperta, il mare, il golfo di San Vito e fe stelle. Lentamente giro la testa alzando un po’ il collo e gli occhi colgono un va­sto raggio e nel buio delia notte vedo la sagoma della montagna a precipizio sul mare. Ah la montagna e le stelle! Mi tro^o solo sulla sabbia nel cavo del promontorio e guardo le stelle. Ah le stelle! Guardo accanto a me la sedia vuota, ma non sono solo, ci so­no le stelle, il mare, la montagna e la sabbia. Fio dimenticato il faro, la luce, ma mi piace il buio anche se amo me stesso e la mia luce e il mio movi­mento. Amo l’immobilità e il mio mo­vimento e le stelle il mare la sabbia la montagna.

«Crescenzio, che ne dici di tutto questo?».

«Penso, a che valgono i miei urli e la mia rabbia davanti a tanto mare e tanto cielo?».

«Crescenzio, dobbiamo pubblicare un libro di poesie, io tu Terminelli e Apolloni e qualche altro».              

«Sì, e con quale editore?», risponde il grosso Cane poeta proletario di Pa­lermo.

Quando mi svegliai, però, Cane non c’era, la sdraio e la coperta erano vuo­te e io mi voltai dall’altro lato a guar­dare il mare le stelle la sagoma del­la montagna, sentendo l’umidità della sabbia contro la mia guancia, chieden­domi se quella notte stesse entrando in me o fossi io a perdermi nella notte. Sapevo, comunque, di dover fare fuori un altro dell’ingranaggio, il pensiero si perdette nella solitudine di quei qua­dro pieno di ombre che mi stava da­vanti.

«Ma non sei solo, caro Scanimac, ci sono io su questa sdraio. Non ricor­di che Cane cercava l’editore? Ebbene l’editore ora è qua. Non ricordi che dovevamo avere un colloquio io e te a proposito del tuo «Due Mondi»? E Filippini non ti aveva scritto che il tuo libro era pubblicabile?».

«No, certo, non l’ho dimenticato, caro Valentino, posso chiamarti così? Ma io…».

«Taci, so tutto. So che hai pensato di uccidermi, ma sei certo che il solo colpevole sia io? lo mantengo la pa­rola, dovevamo avere un colloquio? Ebbene sono qua, tutti sanno che sono amico degli scrittori».

«Ma perché vieni proprio ora? Io volevo ammazzarti con una pistola ma su questa spiaggia posso trovare sol­tanto sassi. Sei sicuro di non essere colpevole, Valentino? Perché hai liqui­dato la tua casa editrice? Vendendola, non hai fatto altro che seguire la lo­gica degli altri, ti sei piegato ad Agnel­

li per il tuo bene, non certo per il mio. Non volevo ucciderti con un sasso, non volevo proprio».

Mi alzai per prendere il sasso e guardai la roulotte lontana sulla stra­da e, come se la parete non esistesse, vidi mia moglie rannicchiata sul lettino con la figlia di Cane e mio figlio sdra­iato sui pavimento e la moglie di Cane con gii altri figlioli sistemati alla me­glio nel Ietto più grande. In una rou­lotte a tre posti, sette persone. Cane se n’era andato in macchina a sdraiarsi sul sedile posteriore, i piedi sulla spal­liera di quello anteriore. Voleva dor­mire. Con lui il figlio magro, quello dormiva.

Devo ammazzarlo, dissi tra me, an­che se stelle mare montagna e cielo sono nostri. Alzai la mano pensando al vecchio alla vetrina alla bomba. Non volevo ammazzare Valentino con un sasso.

«Scanimac, non puoi uccidermi».

«Perché?».

«Perché sono già morto».

«Sei seduto qui con me e dici di essere morto? So di non poter cam­minare attraverso il muro e tu sei il muro e io ti abbatto. Questa è la real­tà: io ti abbatto con questo sasso».

«Non puoi, Scanimac, perché mi so­no suicidato».

Continuai a guardare la sedia vicina a me, era vuota. Come posso ammaz­zare un Bompiani che si è suicidato? Lo vidi steso dentro la bara mentre Agnelli gli faceva il discorso: abbiamo fatto un vero affare io e te. Tu sem­pre l’hai avuto il bernoccolo degli af­fari, io ti osservavo da tempo, sapevo che ci saremmo messi d’accordo. Sì, sono proprio contento,tu, ora, sei sol­tanto un editore di carta».

«Un editore di cartai Ma non si do­veva cambiare niente finché sarei ri­masto sulla carta, sul frontespizio, non erano questi i patti?», disse il corpo morto di Valentino.

«I patti fino a un certo punto, tu sei vecchio e anche i tuoi amici diven­tano vecchi e tutto di te è vecchio.

 Noi, invece, usiamo ii metodo scientifico tecnologico. Soltanto chi saprà in­serirsi in questo nuovo ingranaggio, sarà accettato, caro Valentino».

Cercai di coprire con la mano il  buco della coperta, l’aria era diven­tata fredda, mortalmente fredda. Mi sentii solo, cercai aiuto nelle stelle nel mare nella montagna e… nei le stelle. Sentii la puzza dei cessi.

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