Trapani Trappola

Ore sette e trenta. Primo squillo e materna voce dall’auricolare tutto di un fiato: «Dottore il bambino mi cuoce dalla febbre per favore urgente la prima visita come esce Badalucco via del Fonte numero quarantaquat­tro».

«Va bene, va bene». Rigiratosi e riappisolatosi ma per poco.

Sette e trentacinque come sopra dottore ecc. ecc. urgente per favore prima visita come esce Incandela via della Montagna sessantatré. Altro rigirarsi. Sette e cinquantacinque: «Per favore, come esce, la prima visita, passa da Mastai?».

«Di che si tratta?».

«Si sente male la zia».

«Che ha?».

«Si sente male».

«Perché non la fai venire all’Ambulatorio?».

«Non può venire, si sente male».

«Va bene, vengo io». Uff. Eight ’o clock. Sguardo verso il telefono, sta zitto, non sonare, sta zitto o ti do un pugno, ti spacco, zitto! E invece drin, va bene, va bene.

Si alza. Breve volteggio e atterraggio sulle pianelle, brr che freddino, alla faccia dei Milanesi; loro hanno il riscaldamento. Corsetta a lavarsi; oggi, mi voglio rovinare, via il Philips ci si rada con tutte le regole.

Estratta dunque lucente super silver e click sulla macchinetta; agitare prima dell’uso la bomboletta spray del sapone e cospargerne il viso, indi affrontare la guancia destra, poi la sinistra — curioso, si comincia sempre dallo stesso lato — poi il collo mento e il naso labbro quasi baffo se ancora non.

Ancora il maledetto telefono, meglio tuttavia così che disoccupati;

moglie, per favore, rispondi come sai. Dice xy in via tale urgente come esci; ho detto che eri già uscito, comunque cerca di andarci. Ancora drin, drin; ma ormai si sa. Preme soltanto far rilevare come tutte le sante mat­tine è la stessa storia. Caffelatte con biscotti campionati — come si dice — delle ditte farmaceutiche; almeno c’è questo vantaggio. Si scende e, mon­tati sull’auto, si aziona lo starter ovvero, come si dice qui, si tira l’aria. Come ronza tranquilla, richiudere l’arricchitore e accelerare.

Ora è in semi torsione destra retro mirante gli spigoli del portone. Uscito. Ridisceso, richiuso il portone e risalito e prima-frizione-seconda- frizione-terza-frizione-quarta si va per la città.

Ore otto e trenta, primo campanello, prima salita e primo malato urgente.

«Veramente non mi sembra tanto caldo, dice che cuoceva…».

«Stanotte, dottore mio».

«Che temperatura?».

«Almeno trentanove; non ho potuto controllare perché è un diavolo e non si fa introdurre il termometro».

(Consolante con i tempi che corrono). Scoperto il torace; ispezione, percussione, palpazione, ascoltazione. Con un po’ di buona volontà si pos­sono, diciamo così, raggiungere gli estremi del raffreddore. Sottoporgli, nel senso pregnante della parola, supposte e fargli ingurgitare sciroppo. Rovistare concitato della madre tra cassetti e bauli e finalmente rinvenuto ed esibito libretto della mutua. Carta carbone tra un foglio e l’altro e poi scrivere: Badalucco, come si chiama il pupo? Giovanni; scritto Giovanni e via del fonte virgola anziché numero, per far prima, quarantaquattro, numero (del libretto) quarantacinquemilaseicentosettantotto provincia TP sezione territoriale TP categoria OP(eraio) valido? (Come no, perbacco, mio marito paga i contributi!) valido SI, re Cosone antistaminico una sca­tola supposte pediatriche frego re sciroppo broda forno composto form. gal. naz. gr. 200; poi uscir staccata e consegnata l’ambita ricetta e, nel foglio madre, diagnosi influenza ambul. domic.? Una bella crocetta come per le votazioni su domic., data e firma. Immergere quindi settiche mani in gelida acqua dentro plastica moplen, meno male stavolta bacinella nuova di tremolante etichetta, strofinandole poi su pazienza già umido asciuga­mano.

Sull’androne è giocoforza saltare acrobaticamente i ragazzi intenti alle figurine del concorso, come pure liberare sulla strada il cofano della mac­china già adorno di torsoli e bucce, estendendo il collo allo zenit verso i balconi, mannaggia li pòssino. Altro sguardo in collo flessione verso altro zenit che è poi un Universal diciotto rubini, lo Zenith risultando ormai un po’ demod’ e quello dice armai le nove meno cinque. Sicché alle nove e zero otto si rinnova la circostanza che la cottura riferivasi alla notte, ché il pargolo numero due è fresco come la rosa e sano come il pesce («ma perché non pianto tutto e me ne vado a Roma?»).

Rotazioni al sud. Comunque. Qui si perde minor tempo perché il libretto della mutua è già pronto sul comodino. Questi, essendo il primo e per ora unico genito, ha infallibilmente il nome del nonno e quindi basta un’occhiata alla paternità del titolare e risparmiarsi la girata del foglio. I colleghi del continente ah, ah, il foglio se lo debbono girare, perché là non c’è Matteo figlio di Ignazio a sua volta figlio di Matteo; ma Osvaldo figlio di Sergio, nipote di Gualtiero e pronipote talvolta addirittura di Tullio. In sostanza c’è questo vantaggio meridionale e ce lo teniamo. Trattasi dunque decisamente di Incandela Luigi figlio di Filippo via della Montagna 62; 8765 OP; TP; TP, valido SI.

«Riposo, signora mia, riposo». (Meglio sorvolare sulla terapia: gli darebbe l’arsenico).

C’è poi la famosa zia che non poteva; era dalle parti del cimitero, dove le strade hanno precisi riferimenti orto-floro-frutticoli: via del limone del pesco del mandorlo delia zagara dell’arancia della ginestra. Ma non vi corrispondono gli odori: cumuli d’immondizia emanano odori pesanti e poi c’è la tradizione marinara. La gente fa larghissimo uso di pesce, gatti famelici rovistano tra i rifiuti rimettendo a galla squame e lische. Ed è facile sperimentare che effluvi mandino gli avanzi del pesce; basta stazio­nare un po’ nell’area della seggetta nelle serate di venerdì. E c’è stata 1’ azione depurante del rene; figurarsi in via della margherita!

Giunto dunque in via dell’afrore, angolo dell’anfata, rione del mia­sma, quartiere del mefitico — ah, Roma pulita Roma scrosciante di fon­tane, come sei lontana — Lucio Ovidio Nasone tappa il medesimo e ria­pre borsa medica e intelletto a disposizione della malata, notando alla fine con soddisfazione, come vedremo, che questa volta c’era da far lavo­rare le circonvoluzioni, perché il caso era davvero interessante. Anzi dap­prima sembrava addirittura banale, perché la malata racconta che da qual­che tempo le capita di sentirsi male improvvisamente allora le viene come un…

«Si mette a tremare tutta e diventa nera» interrompe la figlia.

«Bene» dice Lucio «le faremo fare una visita dal neurologo».

«È stato già fatto» esclama la figlia ed esibisce il referto dello spe­cialista. Lucio lo legge: Crisi epilettiche. Segue prescrizione di anticon­vulsivi.

 

«Ma allora, che volete da me? Mi fate venire fin qui…» esclama seccato.

Questa volta è la malata a parlare: «Perché ora mi vengono più spesso e ogni volta mi sembra di morire e…».

Fu a questo punto che si fece pallida e poi cianotica e roteò gli occhi ed era così nera che Lucio pensò questa muore, Dio mio, e la figlia disse ecco le viene e cominciarono le terribili convulsioni e Lucio pensò che stupido è solo un attacco epilettico e chiese un fazzoletto o un tovagliolo o una qualunque cosa una pezza da cacciarle tra i denti perché non si mor­desse la lingua e quella a sbattere come i polli quando gli tirano il collo e diventare sempre più nera, il colore di quando si muore e lo sbattere del pollo quando sta morendo, e questo sbattere e questo nero, hai un bel dire è solo un attacco epilettico, furono le cose che trafissero il cer­vello di Lucio e gli dettero la scintilla e quasi il battesimo gli rintronò dentro tanto la scossa era formidabile perché a questa poveretta, come al pollo, in sostanza le veniva a mancare il sangue dalla testa ed erano convulsioni da anemia cerebrale perché il cuore, Dio mio, in quel momento era fermo; e non era epilessia no che non era, bensì il fatto che questa stava morendo. Niente polso e niente battito.

Ma la figlia aveva detto: «Ecco che le viene»; dunque gli altri attac­chi erano stati così e quindi era morta e poi risuscitata. Com’era possibile? In un baleno trovò la soluzione: sindrome di Morgagni – Adam – Stokes. E mentre chiede disperatamente una siringa con l’ago più lungo che ab­biano in casa subito senza bollire subito cribbio, comincia a battere sul torace e batte e batte e preme su quel torace ormai immobile e rompe con le mani che gli sanguinano la fiala di adrenalina e tutto fino all’elsa glielo immerge dentro il petto l’ago che gli sembra ahimè tanto piccolo e invece dottore è quello più lungo e grosso che abbiamo per la penicillina sennò non passa e con questo passa bene e intanto pensa che quell’autore comesichiama raccomanda in questi casi il nitrito di amile e glielo grida in faccia alla figlia di andarlo a prendere di corsa dal farmacista di sotto a voce senza ricetta ché non c’è tempo «senza sbagliare: nitrito d’amile» e intanto pigia sul torace e quando la figlia gli porta ansante la fialetta già il colore è meno nero e si sente bello grande una meraviglia il battito e ancora a pigiare con la gioia che ormai gli canta dentro e rompi dunque la fiala maledetta figlia e rotta fa pim e fuma perché è tanto volatile que­sto nitrito che è quasi un esplosivo e questa cosa volatile e microesplosiva va fatta tranquillamente inalare dato che ormai il magnifico cuore batte e il colore del viso è rosapallido e non c’è più quel neropollo della morte

Ora si asciuga il sudore l’Uomo del destino e la malata è ormai salva e così riordina le idee e si prepara alla spiegazione urbi et orbi che poi sarebbe quella pallida zitella di figlia.

«Ma prima — pensò il nostro — esaminiamo i fatti con animo sgom­bro e spirito critico per riportare nelle giuste proporzioni i meriti perso­nali e vedere anche di confermare o di correggere. Intanto non ci sono dubbi sul fatto che il cuore fosse fermo come avviene in questi malati e che il cuore fermo vada rimesso in moto con il massaggio esterno e con l’adrenalina iniettata localmente, cioè direttamente nel cuore (inutile iniet­tarla nei muscoli o nella vena, essendo la circolazione ferma). Non v’è dub­bio altresì che R. raccomandi il nitrito d’amile. Entriamo ora nel merito: intanto era errata la diagnosi di epilessia e d’altronde avrebbe sbagliato chiunque non avesse avuto modo, come ora lui, di assistere personalmente alla crisi. Ma l’iniezione praticata con un ago qualunque, ancorché lungo, era stata davvero idonea? Ovvero il prezioso liquido si era sparso ineffi­cacemente nello spazio pericardico invece di raggiungere ed impregnare le carni del cuore? A giudicare dai risultati la risposta non potrebbe che essere positiva. Tuttavia ci si trova di fronte alla classica illazione post­hoc, propter hoc; tenendo anche presente che altri attacchi erano stati superati senza alcuna terapia. Rimaneva tuttavia incontrovertibile l’acqui­sizione agli atti della circostanza, invero determinante, che il medico aveva agito sfruttando con efficacia, fino a prova contraria impossibile a pro­dursi del resto, i mezzi a propria disposizione, dimostrando acume, pron­tezza, perizia».

Seguì fragoroso, vibrante, caldo e si può dire ineluttabile, anche se necessariamente sottinteso, autoapplauso. Si proceda ora ad illuminare la ignara.

«Dunque, signorina mia, ora la mamma è fuori pericolo, ma ha supe­rato un terribile attacco che purtroppo potrebbe ripetersi. Non si tratta di epilessia…».

«Lo dicevo io…».

«No, mi lasci dire. L’errore era possibile ed io stesso, come ricor­derà, avevo detto che non era di mia competenza e che ci voleva il neu­rologo, dunque… Piuttosto si tratta del fatto che ogni tanto il suo cuore si ferma e poi riprende».

«Sì, ma se non era per lei, a quest’ora…».

«Va bene, ho fatto del mio meglio, tuttavia le altre crisi le ha supe­rate da sola».

Pacca sulle coperte dell’inferma ormai sveglia, anche se intontita.

«Bisognerà portarla in ospedale per le cure; ci vuole il cardiologo e la suora sempre pronta con l’ago, quello lungo così, per farle l’iniezione dentro il cuore».

Allora, occhio alle parole che scrive sulla ricetta: si prega di ricove­rare di urgenza ecc. ecc. perché affetta da… affetta da… affetta da dun­que sindrome di Morgagni-Adam-Stokes con episodi sincopali, no, con fre­quenti, anzi con ripetuti episodi sincopali. Non dice di far vedere ai medici dell’ospedale il referto del neurologo, ma sotto sotto ci spera, non per mal­vagità, per danneggiare quello, ma perché, via, sarebbe bello che si sapesse che lui, malgrado quella diagnosi, aveva capito e agito giusto. Tanto non potranno mai pensare male dell’altro; l’errore era senz’altro possibile, anzi direi quasi automatico. E invece lui, Lucio Tosti, non solo aveva visto giu­sto, ma si era dimostrato anche aggiornato, per via di quella storia del nitrito di amile, scommetto che alcuni non lo sanno ancora, perché stava scritto nella rivista, ora che ci pensava, e non nel trattato; e che si parlerà del nitrito di amile non v’è dubbio, perché la figlia è un tipo sveglio e poi l’ha portato lei stessa volando dopo averlo chiesto e urlato al farmacista là sotto, travolgendo tutti gli altri avventori e dice mi dia subito subito, Dio mio, questo nitrito d’amile se no la madre mi muore e come potrà mai dimenticarne il nome, povera pallida signorina con la madre che a momenti le moriva.

Giunto a casa, ne trovò due ad attenderlo e all’uno promise che ci sarebbe andato appena possibile il pomeriggio o la sera, appena possibile insomma, all’altro diede la scatoletta, benedetto campione medicinale, dicendo dagli questo e sta’ tranquillo e al terzo spiegò che sì, andava preso come già aveva spiegato alla moglie e cioè a cucchiai e dopo i pasti, e finalmente potè liberarsi e salire le scale e sedersi e accendere la pipa e tirare due boccate.

Intanto il pranzo è pronto: spaghetti e bistecca per far presto. Appena ha introdotto la prima forchettata, arriva la prima telefonata: «Dottore, è tutta la mattinata che telefono».

«A chi?».

«A lei».

«Chi parla, prego?».

«Lopez».

«Ma qui — sbircia l’agenda accanto al telefono dove fanno già bella mostra parecchi nomi e indirizzi, gente da andare a visitare a domicilio — qui non risulta tra le chiamate che ha segnato mia moglie».

«Ma non mi ha risposto nessuno».

«Ma lei, scusi, che numero ha chiamato?».

«L’altro».

«L’altro quale?».

«Il ventinove quattro… no, il ventinove due zerootto».

«Già, ma quello è il numero dello studio e naturalmente di mattina non c’è nessuno».

«Ah!».

«Allora, mi dica».

«Avrei bisogno di una sua visita».

«Va bene. Dove?».

«Sono in casa di mia sorella, via tale».

«E chi è il malato?».

«Io».

«Ma, scusi, è a letto?».

«No, sono in casa di mia sorella».

«E c’è andata con i suoi piedi o ce l’hanno portata?».

«Come?!».

«Signora mia, non ho il tempo di visitare tutte le persone a casa loro, o a casa delle sorelle. Venga, per favore, al mio studio, alle quattro del pomeriggio».

«È lontano e non ho a chi lasciare la bambina».

«La lasci a sua     sorella, oppure la porti con sé».

«Ah già. Oppure se mi consiglia qualche medicina;  io  avrei le   sup­poste…».

«Che supposte?».

«Taldetalina. Sono raffreddata. Quante ne metto?».

«Una la mattina e una la sera. Buongiorno». Clic. («Si conservi. Questa l’ho scansata»).

Ormai la forchetta raduna i semifreddi. Occhiata al giornale, anche se non sta bene a tavola. Ma quando potrebbe sennò? Penultimo ricciolo avvolto dall’utensile quadridentato e avviato alle forche caudine tra i rosei pilastri del velopendolo e altro dannato squillo. Sguardo consolatore della moglie come dire che vuoi è questa l’ora in cui possono parlarti. Rapidis­sima rotazione della forchetta per avvincerne l’ultimo, e  al      secondo drin

il boccone è ancora  nel vestibolo; eccolo ora tra l’ugola pendente e la

prona epiglottide: deglutirlo infine e recarsi rapido all’apparecchio mentre il tutto avanza nel peristaltismo esofageo e ghermire il microfono stroz­zando il semiterzo dr, «pronto» e supremo sforzetto diaframmatico, così il bolo supera la ristrettezza del cardias ed entra, record mondiale di velo­cità categoria dei solidi, nella vasta spianata gastrica.

«Cosa fa, dottore, non viene ancora?».

«Chi parla? …Ah, Lotti. Verrò nel pomeriggio… Ha ragione, ma io mica ho giocato a carte. Ho lavorato, io. Tutta la mattinata; e ora nem­meno mi riesce di mangiare, caro lei».

«Mi scusi».

«Prego. Va bene, tenga pazienza: verrò nel pomeriggio».

Dice quando? «Nel pomeriggio». Dice mi sono finite le pillole già ieri sera.

«Benedetto uomo, le ho sempre detto che quando stanno per finire venga a procurarsi il rifornimento e non mi chiami all’ultimo momento. Non siamo pompieri… Va bene… Nel pomeriggio». Ora si lavora di mas­seteri e buccinatori per frantumare la bistecca e stavolta dron il campa­nello. Sarà quello che porta il pane. Invece è quello che vuole il certifi­cato, sennò lo licenziano. Ricevuto in salotto, il bifolco mostra di non avvertire l’odore delle vivande e il rumore del simposio là dentro, e così indugia e, dopo avere ottenuto il salvacondotto, sta ancora a dirgli di quel dolore, ricorda? No, non ricorda. Quello qui, scusi dottore; e gli piazza la mano sul fianco, proprio sotto la cintura della vestaglia («Ah, Roma, Roma, dove sei?»).

«Capisco, ma qui non posso visitarlo, venga allo studio».

«Ma quando?».

Lo sa bene quando, non può perché a quell’ora è al lavoro, il male­detto, «…e lì c’è tanta gente e c’è da aspettare un secolo». Finalmente solenne promessa che cercherà di farlo passare senza aspettare il turno e così quello se ne va non senza averlo richiamato dalle scale per farsi ripe­tere l’ora e il giorno. Ripetuta l’ora, il giorno quando vuole, e per favore chiuda il portone. Via. Ora la sanguinante bistecca non è che nera suola unta di sugna.

«Dimmi, cara, se così si può continuare per tutta la vita e non morire giovane giovane di infarto. Dica anche lei, cara suocera».

Parole di consolazione, mentre ormai sono le quindici e bisognerà correre prima dai “domiciliari” e poi rinchiudersi per un interminabile pomeriggio-sera dentro quella bottega della malora a prescrivere lassativi.

«Ad un certo punto ne rifiuti alcuni».

«No che non si può, cara suocera. Una volta che un medico è con­venzionato bisogna che prenda tutti quelli che arrivano fino a un dato numero che viene fissato dalla cassa mutua e non dal medico e ima volta che il signor lavoratore mutuato è, come si dice, in carico, bisogna assi­sterlo tutte le ore e i momenti, tutti i giorni della settimana e tutte le notti del mese; compresi Pasqua, Pasquetta, Natale e Santo Stefano. Capi­sce, uno non può dire oggi basta ne ho avuto a sufficienza. Se quello è malato oggi, o se ha deciso che oggi si deve visitare, per vedere se quell’ ernia, scusi, quella verruca che si porta da quindici anni, oggi e non domani deve essere tolta, allora non ci sono santi: bisognerà oggi e non domani visitarlo e andargliela a togliere. E non si può dire oggi ne ho visitato quarantaquattro, domani si vede. Perché lui paga i suoi diritti e si deve visitare. E nemmeno guarda sto mangiando, più tardi. No, ora deve essere; perché più tardi lui ha da fare e non può venire: lavora, lui! E se, poniamo, oggi tutti e milleduecento, i magnifici milleduecento in carico, decidessero di farsi visitare, non ci sarebbe che buttarsi a mare o riuscire a visitarli tutti e milleduecento oggi».

«Però più ne vengono e più guadagni».

«Mai più, perché c’è la quota capitaria».

«Che significa?».

«Significa un tanto al mese per ogni testa e poi se vengono o no la paga è uguale. Una specie di abbonamento .

Ma, figlio mio, che ti debbo dire? Si pena tutti, guarda mio figlio, chiuso in quell’ufficio…».

«Però fino ad una certa ora, poi è libero di andarsene dove gli pare, e il venerdì pomeriggio chi s’è visto s’è visto e addio fino a lunedì».

«Ma tu guadagni di più…».

«D’accordo, ma ne vale la pena?».

«…e ti puoi passare certi capricci e lui no».

«E se poi con questa vita crepo giovane, non d rimetto? Senza con­tare poi che, con le tasse e con le spese, tutto sommato… Ah, e poi non avrò la bonuscita e la pensione sarà da ridere, circa trentamila lire al mese e invece Giovanni avrà una pensione meglio dello stipendio attuale, dato che allora avrà progredito nella carriera».

Visi contriti attorno.

«Niente, si diceva per dire; se uno non si lamenta non campa». E sforzato sorrisetto alla cara suocerina.

Gnam; l’ultimo pezzetto di bistecca viene ingoiato con l’aiuto della spremuta d’arancia e via per il pomeriggio lavorativo, ché sono quasi le quindici e trenta. Altra maledetta scala da salire e svelto, attraverso un fumoso vestibolo graveolente di pesce fritto, ancora pesce acciddenti, subito si penetra in medias res, cioè una polivalente stanza pranzo soggiorno salotto letto con il vecchietto in poltrona che dice finalmente è arrivato non ci speravo più che venisse.

«Ma, scusi, lei non era all’ospedale?».

«Sono uscito stamattina».

«E allora?».

«Mi hanno dato la cura».

«E non poteva mandare qualcuno a ritirare le ricette, invece di farmi venire fin qui con il lavoro che ho, porca miseria?».

«Come, così senza controllarmi?!».

«Che debbo controllare, nonno? Non l’hanno controllato abbastanza all’ospedale?».

«Ma io sono grave e la pressione mi sale e mi scende».

Pazienza. Si misuri e si prescriva.

«No, grazie, non ho bisogno di lavarmi; non ho toccato niente, solo l’apparecchio della pressione». Dice non faccia complimenti. Prego. Vuoi vedere che s’offendono se non immergo? Immergiamo e asciughiamo, ‘giorno. Via.

Meno male queste sono scale decenti e che bel campanello, uh che bella mammina. Dice s’accomodi prego mi scusi di qua e di là. Però la fregatura viene dopo, sta’ a sentire. Dice sa il bambino ormai ha tre mesi e il solo latte non basta ci vogliono i biscotti o il semolino o quelle cose che dice la televisione che il bambino cresce forte il cittadino di domani. E per chiedergli questo lo chiama a casa!

«Signora mia, se dovessi andare in casa di ognuno starei fresco. Già sono pieno di lavoro in questo modo, figurarsi… Prego non si rischi più». Ma dice che ha l’ufficio e quindi come fa, deve per forza disturbarlo.

«Ma non per l’avvenire, signora, ho un sacco di lavoro come tutti i miei colleghi».

Ma non ha che fare, dovrà chiamarlo sempre a casa e poi il bambino lo vuole controllato spesso. No, signora, non ci sto.

«Figurarsi se non me l’aspettavo, con queste casse mutue si può morire e voi medici se non vedete soldi non trattate bene la gente».

«Signora, non si agiti, semmai il seccato dovrei essere io. Ogni giorno vedo quaranta persone all’ambulatorio, si figuri ad andarli a visi­tare in casa quando non c’è bisogno…».

«Ma allora vuol dire che lei i clienti non li vuole; a saperlo non avrei scelto lei».

«È sempre in tempo a cambiare».

«No, sino alla fine del semestre non si può avere il cambio».

«Se è per questo la tolgo subito dall’impiccio». E appoggia il ricet­tario sui ginocchi e incide e prorompe: spettabile Inam prego volere provvedere… perché deve sapere… cara signora… a cancellare dai miei elen­chi… che anche il medico può scegliere… i seguenti assistiti… vivaddìo… con decorrenza immediata. Swuisc, una folgore a staccare la cedola fatale, poi il misurato buon giorno e la catabasi.

Era furente. Hai un bel dire sono gli incerti del mestiere; certe disav­venture lo mettevano di malumore per l’intera giornata e, seppure in diversa maniera, disavventure ne capitavano giornalmente. Perché non se ne andava a Roma?, dico io.

Alle sedici precise varcò la soglia dello studio. La sala d’aspetto era gremita di gente: Buon giorno, dottore. Buon giorno a tutti. Buon giorno, dottore, ’ngiorno.

Sulla porta della stanza delle visite fu attorniato: Solo una parola, dottore, prego… vorrei segnata solo una ricettina… il bambino ha la feb­bre e non può aspettare, guardi qui… nemmeno io posso aspettare, ho i dolori.

«Egregio, scusi — il propagandista di medicinali — un minuto solo, debbo presentarle una novità». Per favore, dottore, deve venire subito a casa mia, il nonno sta male… dottore… dottore… Ma Lucio riesce a con­quistare la stanza; chiude la porta; indossa il camice; riapre la porta; si affaccia e: «Uno alla volta vi servo tutti; prego, lasciatemi lavorare. Non fatemi confondere; se sbaglio è peggio per voi».

Ma non è vero, lo sa, non può sbagliare: quelli sanno già che medi­cina vogliono; si tratterà di scrivere sotto dettatura.

Avanti il primo: libretto alla mano dice se mi dà la purga, quella alla limonina, e un po’ di cotone e garza e polvere di penicillina, perché i bam­bini si fanno sempre male e a rasa non ho niente. La mano scorre veloce sulla ricetta rosa della mutua: cognome, nome, via, figlio di, operaio, numero del libretto, scadenza, TP, polvere, purga, piodermite e stipsi. E il secondo entra trionfante facendosi largo tra quanti chiedono di sca­valcare il turno con argomentazioni varie.

«’n ci rompete… Buon giorno, dottore, debbo controllarmi l’atten­zione». Perché a Tunisi, dove è vissuto a lungo, la chiamano la tension. E si toglie la giacca e si arrotola la manica della camicia. Messo a posto il bracciale, la pompetta viene gonfiata e la colonna di mercurio sale 130…

  • . 150…. 160… 155. Centocinquantacmque.

«Ma l’altra volta era centocinquanta» fa spaventato. «È aumentata! «Non si preoccupi, cinque lineette non valgono».

«Sì, ma intanto aumenta…». Ricordarsi la prossima volta di decur­tare a dovere.

Ecco, cognome, nome ecc. le pillole, due al giorno lontano dai pasti. Congedato. Ed ecco il propagandista. Ricevuto con tutti gli onori: «Prego, si accomodi; sigaretta?». Ma è stato più lesto lui a cavare le proprie: «Una di queste». «Grazie». Ronson in azione e fffuuumm.

«Scusi se non ho potuto farla entrare subito; lei vede… oggi la

«Prego, dottore. Oh, oh, macché oggi! Qui è sempre pieno; mi con­gratulo, dottore; gli altri ambulatori sono vuoti, complimenti!». Non è vero: questi distributori di scatolette sono tutti pieni; ma fare i compli­menti è segno di rispetto e rientra nella strategia.

«E i suoi bambini? E… il motoscafo?».

(S’ignori la domanda, facciamo presto). «Ci sono novità nella pro­duzione?».

L’ha capita al volo: «Non le faccio perdere tempo, dottore, le pre­sento subito la nostra novità. Dottore, lei ha malati di asma e bronchite asmatica?».

«E chi non ne ha?».

«Finora, possiamo ben dirlo, lei non ha avuto a disposizione un vero farmaco e ha dovuto adoperare l’efedrina, con tutti gli effetti secondari, spesso pericolosi: tachicardia ecc.; ovvero i derivati del cortisone». (Altro quadro, questa volta apocalittico, dei danni dovuti a questo farmaco). «Ma ora…», fruga nella borsetta ed estrae la scatoletta fatale, «…posso in tutta serietà affermare…», Lucio fa l’atto di riceverla nelle sue mani, ma quello ritrae la mano e porge invece un foglietto illustrativo «…che la «Farmacopis esse pi a» mette a disposizione della classe medica un prepa­rato, frutto di dieci anni di studi e ricerche negli Stati Uniti…» («Meglio non interromperlo, così la finisce prima») «…con risultati entusiasmanti. Il prof. Stacchini la prescrive ormai ogni giorno». (Veramente ieri Ludo gli ha visto prescrivere lo sciroppo di efedrina e timo).

«L’originalità del nostro prodotto consiste nello spostamento di un radicale metilico dalla posizione orto alla posizione para: parametilossimi- racolina. Ma questo spostamento ha risolto tutto, perché l’azione è ancora più energica e tutti i fenomeni collaterali sono scomparsi».

«Ma — domanda Lucio — per spostare un radicale metilico c’è voluto tanto tempo?».

«Scherza, dottore? Abbiamo dovuto ricorrere anche alla via enzima-

folla…»

tica: il radicale non si spostava».

«No?».

«Non si spostava!».

Lucio, contrito: «Guarda un po’…!».

«Solo con un procedimento brevettato, in parte enzimatico, in parte sintetico ed in parte anche estrattivo, sì, estrattivo, siamo riusciti nell’ intento».

«E si è spostato?».

E quello, trionfante: «Sssì!».

«La confezione», ecco finalmente la preziosa in cliniche mani, «è quanto di più pratico si possa immaginare». Viene ripresa e aperta con cura, ma con rapida destrezza e poi riconsegnata. «C’è un piccolo conte­nitore, per portarsi due, tre pillole all’ufficio».

E questa meraviglia, questa pietra miliare nella storia della terapia, costa appena millecentottanta lire e si può dare gratis ai mutuati.

«Pensi, dottore; pre-scri-vi-bi-le Inam!».

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Seguì il “campionamento” dei vecchi, ma sempre validi, non dimen­tichi, dottore, farmaci della nostra gloriosa ditta. Farmacopis di Napoli.

La reliquia di san Gennaro.

E ancora non se ne andava, mentre il brusìo dei postulanti, nell’altra stanza, cresceva. Finalmente: «E allora, dottore…», fa l’atto di alzarsi. Non perdere l’occasione propizia, e subito Lucio è in piedi e risponde con il massimo calore alla stretta di mano.

E alla porta: «Permesso, permesso; prego, fate passare».

Il terzo entra furibondo, lanciando verso l’uscente uno sguardo di fuoco. Quando si è seduto: «Dottore, aspetto dalle tre e sono quasi le cinque: questi propagandisti…».

«Ma, cosa vuole, bisogna pure riceverli e ascoltarli».

«Però potrebbero pure chiedere permesso e ringraziare, poi, chi li ha fatti passare avanti e non così “uso pords”».

«Che vuole, hanno fretta, perché in un giorno debbono visitare molti medici…».

«Però anche noi che aspettiamo fuori…».

«Allora che cosa dovrei dire io, che debbo ascoltare loro e voi pure? Ogni sera, invece che alle sei, da qui me ne vado alle nove».

«Per carità, non dico per lei, dottore mio, lo vediamo bene i sacri­fici che fa; ma insomma questi “viaggiatori…” (meno male che il malca­pitato non lo sente, ora che addirittura si chiamano “collaboratori scien-

tifici ), …quest: viaggiatori seno — mi perdoni — una vera camurrìa».

«A chi lo dice! Ad ogni modo sono un male necessario. Ci informano delle nuove medicine e così potete avere le cure più moderne».

«Sì, il medico prova le medicine e il malato muore».

«Avanti, poche chiacchiere», con questi la confidenza permette que­ste espressioni, purché dette sorridendo, «che abbiamo oggi?».

«Le cartate, dottore!».

«Come…?».

«Mi vengono le vampate di calore al viso. Noi ignoranti fe chiamiamo cartate».

«Sarà un fatto nervoso… Vediamo la pressione».

La cerimonia della pressione è ancora una delle più suggestive, e ha sempre il potere di calmare e di soddisfare i malati. Una bella “misurata di pressione” è già mezza visita. Senza visita se ne vanno, mai senza la pressione. E se non si decide il medico, la chiedono loro, non si scappa. Tanto vale.

«Effettivamente… quant’era l’altra volta? Centotrenta? Ora è un po­chino più alta. Quanto? Centotrentacinque…».

«Sì, sarà senz’altro questo».

E soddisfatto se ne va con la fragrante ricetta rosa.

Questa è una bambina che arriva appena ad appoggiare il naso sulla scrivania e chiede, tirando col naso, «quello che c’è scritto qui»: mattola (cotone idrofilo), sparallappo (leucoplasto) e cazza (garza).

E questa è invece una bella ragazza diciottenne, che Dio la conservi quant’è bella e fiorente, che chiede invece mattola e Ugo Plasto e carza. Ha sempre chiesto     questo, ogni settimana, da quando anche lei era quanto

un soldo di         cacio     e ora,     invece,   ’urca che petto, ma lasciamo perdere,

serio, Lucio.

E Lucio ricorda bene quando anche questa tirava col naso e chiedeva le stesse cose come fanno i bambini, e ora chiede come fanno le donne. E l’ha vista crescere settimana per settimana e poi improvvisamente esplo­dere donna, ma sempre a chiedere le stesse cose. (Dio, quante tonnellate gliene avrà prescritto di cotone in dodici anni, da riempirci un bel po’ di materassi. Per dormirci. Di nuovo! Serio, Lucio!).

E le bambine si sono fatte donne e le donne madri e i vecchi sono morti e lui sempre seduto in quella poltrona a scrivere, scrivere, scrivere. E sempre le stesse    cose:     màttola  e purga. Giorno dopo giorno era arri­vato a metà   della vita e sempre,  tutti i santi pomeriggi, in quella dan­nata bottega per alleviare le sofferenze talvolta sì, ma più spesso per distribuire medicinali inutili.

Ed ora la vecchia con la pressione e la stitichezza: cognome, nome, via, numero, categoria, numero, provincia e purga e cotone.

Ed ora l’usciere della banca per la vecchia madre purga e cotone e mentre ormai buona sera, la mano sonnolenta scorre sulla rosea carta e le bambine diventano donne, e la vita fuori continua e la noia, tra un mare di carte e la nebbia di innumerevoli sigarette fumate, lo stringe come in una morsa e sente le parole del Maestro: «…e a contatto con la soffe­renza, per alleviare i mali e curare e dare sollievo… e il dramma artistico della diagnosi… e l’acume e l’intuito clinico…» e vede le ricette rosa e scrive cotone e purga. Ed è ormai così meccanico il gesto di percuotere il torace, che si domanda se riuscirà a cogliere il sintomo prima che il cer­vello si addormenti del tutto e la mano ormai “condizionata” scriva cotone e purga invece della medicina necessaria.

«E lei, che cosa si sente?».

«Dottore mio, vengo per un consiglio. Il vicino ha praticato un’aper­tura nel muro che dà sul mio cortile. Le sembra giusto? Io dico che non si può fare».

Ma io che c’entro?».

«Lei è istruito, dottore, e saprà consigliarmi bene».

«Ma non sono un avvocato, benedetta donna!».

«Ma di certo lo saprà. Ho dunque ragione di protestare?».

«Credo di sì; ma deve consultare un avvocato… Per favore, nonna mia, ho da fare. Ha visto quante persone debbo visitare?».

«Va bene, grazie. Dato che sono qua, quasi quasi mi misuro la pres­sione…».

«Ah no, signora mia, un’altra volta».

«Come?».

«Un’altra volta. Per oggi basta il parere legale».

«Che cosa dice? Ah… va bene; come dice lei; verrò un altro giorno. Tante grazie. Voscenza benedica».

Vuoi vedere che un giorno di questi gli portano da aggiustare il ferro da stiro? Pazienza! Avanti un altro.

Dalla porta due visi che interrogano: quello di un cliente e quello di un propagandista. Entrambi: «Dottore, permette?».

Come fare?

«Don Peppino, un momento, ricevo il dottore. Un momento solo, abbia pazienza. Prego, dottore».

«Grazie, dottore, le ruberò solo un minuto».

«Si sieda».

«No, grazie, solo un minuto… solo un ricordino per i miei prodotti: Primofarm adulti e pediatrico… Solmafid,.. sonno fisiologico, senza la bocca amara al mattino… Detossicante zeta tre, il fegato ha bisogno di amino­acidi: recenti studi giapponesi…» e intanto va allineando sulla scrivania le varie scatolette.

«Questo, dottore, lo ha dimenticato un po’. Ci tengo molto, la prego dottore, il nostro United… tutte le vitamine ad azione sinergica, dosate e stabilizzate perfettamente. Glielo raccomando». Stretta di mano e via.

E, mentre sta entrando don Peppino, c’è un certo trambusto. «Pove­rino, poverino» e grida di bambino.

Irrompono nella stanza padre e madre stravolti con un bambino che sanguina dal mento. È caduto dalla bicicletta e si è ferito.

«Che ci volete fare, don Peppino, stasera ce l’hanno con voi. Vediamo questo ferito… Uhm, ci vogliono dei punti di sutura: è meglio che lo por­tiate all’ospedale».

«Ma, dottore, mi muore dissanguato per la strada e poi in ospedale non ce lo porto. Mi fa impressione: ci morì la mia bambina l’anno scorso».

«E va bene. Giuseppina, i ferri».

Ma l’impresa è più ardua del previsto, ché il pupo grida e si agita e, appena ha preso il primo colpo d’ago, dà una tale manata che pinza ago e filo volano lontano dopo aver picchiato contro il viso di Lucio. E buon per lui che aveva gli occhiali, ché altrimenti ci perdeva l’occhio.

Naturalmente la condizione di infortunato salvò il bambino da una punizione paterna che altrimenti non sarebbe mancata poi, con la collabo- razione di alcuni volenterosi clienti, dato ancora di piglio ai ferri, il ceru­sico compì l’opera sua, mentre il malcapitato alzava al cielo i suoi lamenti e faceva delle orribili insinuazioni sulle madri e le sorelle dei suoi car­nefici.

Tuttavia, per la particolare positura della mandibola di quel linguac­ciuto, tenuta ferma da mani robuste per permettere a Lucio di curarne la restaurazione, le contumelie venivan fuori storpiate, certamente non tanto da risultare incomprensibili, ma almeno da consentire ai presenti di far finta di niente; ma quando, condotta a termine l’operazione ed allen­tatasi la stretta, Sansone riebbe intiera la potestà dei suoi mezzi vocali, caddero tutti gli alibi e nella stanza risonò uno squillante: «Cornuto!». Era troppo. Tutto qui da noi, ma non le corna. E il padre, ormai che la salute del figliuolo era fuori discussione, potè dargliele di santa ragione e quello prendersele senza un lamento da vero siciliano. Mentre imper­versava la bufera si udì un tonfo venire dall’alrta parte. Si voltarono: era l’appuntato che sveniva.

 Era stato il primo ad offrirsi per intimorire il ribelle dall’alto del suo metro e novanta e dei suoi centodue chilogrammi e dall’interno della sua sfolgorante uniforme; aveva resistito fino in fondo all’orrenda vista del sangue, ma ora crollava fragorosamente. E così, perché don Peppino potesse finalmente muovere alla conquista della sua ricetta, fu giocoforza non solo perdere una guerra, abbattere un regime liquidare una dinastia e respingere i tentativi di una restaurazione edificando una repubblica popo­lare; ma anche, perché potesse di fatto fruirne, sgombrare l’ambulatorio dal sangue versato dal pargolo querulo seppure innocente, nonché racco­gliere i pezzi del benemerito e avviarli a casa a braccetto di un manovale. Ecco come un’era può compiere il suo ciclo storico anche nel gabinetto di un medico della mutua.

La quiete dopo la tempesta; c’è il vecchietto di fronte, tanto vale rallentare… rilasciarsi… così. Lasciò dunque scivolare lievemente le terga e, poggiando di scapole dove prima poggiava di lombi, sorrise al vecchietto per manifestargli tutta la sua disponibilità. Roma è lontana, quasi non ci pensa, dica pure senza fretta il vegliardo.

«Dottore mio, un dolore qui una cosa qui una caàrcara muta e un affanno del respiro l’ha presente il mantice…», quando squilla il telefono sulla scrivania. Mano destra dolcemente in avanti per arrestare uàn mo­ment pliis il nonnetto e con la sinistra ghermire intanto la cornetta per un pacatissimo «pronto».

«Sei tu, Lucio?». È Nat, l’americano.

«Sìii, ciao Nat» e intanto rotazione ampia della mano lungo l’asse longitudinale a descrivere nell’aria un cono, e labbra strette a significare che il discorso al telefono si preannuncia lungo.

«Senti, Lucio, quel discorso di ieri…».

«Lo sai, Nat, non è cosa… è… è una lagna» e intanto porge la sca­toletta delle pillole e con l’indice puntato traccia un semicerchio a va e vieni per specificare mattina e sera, dopo i pasti dottore?, manata verso il petto per dire «prima», e inoltre scuoteva il pugno chiuso vale a dire arrivederci con nuova rotazione come prima nel senso che questo non la finisce più vi conviene andarvene zio Pietro.

«…invece magnifico lavoooòro rideranno completamente tutti…».

«Dai, Nat, non prendermi in giro; a chi vuoi che interessi, hanno già letto il medico della mutua…».

«Ma questo è buono, è una faccendo… una faccenda formidabilissima».

«Cala…».

«…meravgliooòso, e poi è occasione… giornale mette denaro… onore­vole mette denaro per pubblicazione e tuo racconto di visite… ah ah tutti ridicoli nei visiti come quando la vecchia vuole sapere la finestra… tuo perfecto racconto devi uscire in pubblicazione».

«Occhèi, Nat, va bene… va bene; ciao… d’accordo, ciao».

Posando la cornetta e alzandosi: «Sì, va bene… anche ammesso che lo leggano, poi dicono questo sporco borghese… la missione del medico… guarda come tratta la gente… che ne sanno se uno si rompe l’anima… come può uno alleviare, come può missionare del menga in queste con­dizioni…».

L’infermiera, che aveva sentito lo scatto della cornetta annunziare la fine della conversazione telefonica, era entrata attendendo disposizioni e ora chiede perplessa: «Che dice, dottore?».

«Oh, niente, Giuseppina, non far caso: sciocchezze. Quello vuole che

io… voleva che io… niente, i soliti imbrogli. Dice: facciamo finta che è per me e le medicine le prescrivi a mia nipote. Figurati».

E Giuseppina, aprendo la porta a un nuovo cliente: «Ce ne sono facce toste a questo mondo… No, scusi, non dicevo a lei, signore, dicevo al dot­tore… cioè non per lui, per la telefonata., .insomma… scusi signore, scusi dottore».

E uscì tutta rossa in faccia, continuando a giustificarsi fuori, nella sala d’aspetto: «Uff, queste vampate!», subito facendole eco la coetanea: «Ah, non me ne parli, signora Giuseppina; anch’io, con tutto che mi fac­cio l’iniezione ogni mese…».

«Sono seccanti!».

«Eccome! Ma lei… solo questo? Voglio dire palpitazioni e insonnia niente?».

«Qualche volta; quando ancora mi…». E così via; le voci giungevano ovattate ma ancora chiaramente intellegibili; la sottile parete divisoria, impenetrabile alle storie cliniche recitate a voce bassa nella stanza delle visite, lasciava invece filtrare in direzione inversa indiscrezioni su crono­logiche intimità, tanto che il paziente stesso di fronte a Lucio colse l’imba­razzante aspetto della situazione e indicando la porta: «Sono rimaste tutte donne là dentro», e Lucio chiamare Giuseppina per favore a bassa voce con la chiacchiera che fate non posso lavorare qui si sente tutto e quella e le altre, vampate o non vampate, puoi scommettere che a quest’ora arros­siscono di nuovo.

E làssale arrossì, chi se ne frega, Roma Roma Roma, ah Roma dove sei mio fiore mio amore ore diciassette si prescrivono varie medicine, specie purghe e lassativi, li possino, non ci voglio più stare me ne vado com’è vero Dio pianto tutto e me ne vado a Roma; ore diciassette e trenta, ancora lassativi ma anche farmaci per la pressione e sciroppi per la tosse (spesso lo sciroppo lo buttano nel lavandino e utilizzano, invece, le bottiglie per metterci dentro la salsa); ma alla svelta: ore diciannove si prescrive, ore venti si prescrive, ore…

Ore venti e trenta, ventuno si sale e si scende, si palpa e si ascolta, si stila, si stacca e si consegna, si spiega e si consiglia, ci si asciuga dove capita e così via fino a che, esausti, non si spegne la lampada del como­dino e si comincia a sognare ad occhi aperti e si vedono i prati della capi­tale e il vigile di piazza Venezia che con gesto perentorio, ma sorridente, ti invita ad affrettarti e i rubinetti dell’acqua che scrosciano gioiosamente e le mamme che escono dalla stanza delle visite portando in braccio i loro bambini soddisfatte dalla bravura del pediatra, ’sto siciliano!, e i bambini che usciti di scuola vanno al tennis e alla piscina e le strade pulite e i negozi di via Frattina agghindati per le feste natalizie, e davanti le vetrine guarda guarda quell’attrice come si chiama e quell’altro alla televisione la settimana scorsa… e ore sette e trenta primo squillo e…

 CCI25092014

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