EL ROL

«Inutile aspettarlo, quello non conosce orario». «Ma ha detto che sarebbe venuto alle otto e perciò mi preparo». «Inutile aspettarlo, chissà quando verrà!». «Sono le nove. Aveva detto alle otto. Aspetterò». Gente da manicomio, macché manicomio, gente antigruppo. O corre corre corre o aspetta aspetta aspetta. In questo angolo di Sicilia ancora non scomparso — come vorrebbe Franco Di Marco e come non vuole Rolando Certa —, Rolando, il magnifico guerriero dell’antigruppo, guida la sua macchina alla volta di Trapani, ma a che ora giungerà? Aveva detto alle otto. Forse sta arrivando e aguzzo lo sguardo e controllo ogni rumore, ma nel buio non si muove foglia né si sente alcun fruscio, tanto meno la tosse della vecchia macchina di Rolando. Vedo Trapani, o meglio, le luci di Trapani e più in là Marsala, ancora luci. In fondo c’è Mazara. Ecco un punto là, sarà sicuramente la macchina di Rolando, alzo la cornetta del telefono e chiamo Mazara 44492. «Pronto, sì, Rolando è partito cinque minuti fa, lo attenda, verrà». Sono le dieci, quando arriverà? «Chiamate il cane, sto scendendo», grida alle undici Rolando. A casa mia si scende, non si sale. Anche a Palermo, a casa mia, si scende; abito nello scantinato per non pagare un affitto troppo alto. «Nat, chiama il cane», grida ancora Rolando, il guerriero dell’antigruppo. Ha ragione. Senza titolo1Quanto fastidio i cani hanno dato a Rolando! E qui comincia il mio racconto. Molti anni fa, ma molti anni fa, un tempo tanto lontano, in una città chiamata Palermo dove si trova la conca d’oro con olivi, aranci e limoni, ai piedi di Monte Pellegrino, giaceva in ospedale Rolando. Non il prode dell’esercito di Carlo Magno, no. Ma Rolando Antigruppo. Non era finito in ospedale perché aveva litigato con Crecenzio Cane, no. Ma perché un cane di quelli a quattro zampe, un cane non letterato, l’aveva attaccato. Ho detto già che i cani hanno dato sempre fastidio a Rolando; ovunque va ci sono cani pronti a morderlo. A nord e a sud, i cani mordono Rolando. E Rolando vede rabbia ovunque. Carne saporita? Anche sua moglie lo morde con rabbia quando si ritira troppo tardi per mangiare o per dormire. Ma stavamo parlando di cani che per una strana ragione cercano sempre di mordere Rolando. Anche Crescenzio un giorno ci tentò e morse una mezza poesia di Rolando, lima qua e lima là, mangiò mezza poesia e allora si che a Rolando venne la rabbia. Per un anno i due si ignorarono, ma ora sono di nuovo amici e entrambi amano Leonardo Sciascia. Volete saperne la ragione? Chiedetelo a Sciascia. Dunque, il povero Rolando giaceva in un letto d’ospedale tutto solo. Vicino a lui c’era sua moglie, è vero, ma il povero Rolando non poteva muovere occhio, né girare il collo e nemmeno grattarsi il naso. Non poteva assolutamente muoversi. Come un pezzo di legno se ne stava fermo a guardare il soffitto pensando alla morte con rabbia e con molta rabbia, ai cani che mordono. In verità la colpa della sua paralisi più che ai cani era da attribuirsi ai medici, i quali ogni volta che un cane morde Rolando gli fanno una iniezione antirabbica e poiché i morsi dei cani si ripetono, anche le iniezioni antirabbiche vengono ripetute. Rolando non riuscì a sopportare le iniezioni dei medici del sud più le iniezioni dei medici del nord, diventò un pezzo di legno o di vetro o di pietra, come volete. Povero Rolando! Venne spedito al reparto neurologico quasi stecchito e lì cominciarono a fargli altre iniezioni antirabbia e fu così che divenne un vero anti. La fibra di Rolando, per fortuna, superò qualsiasi prova e il guerriero fu salvo. Aveva la volontà di vivere e lottò furiosamente per non dipartire. Non posso morire,pensava, ancora ho molte poesie da scrivere e tanti tanti discorsi da fare in piazza, io anti anti, io guerriero del Sud. Immaginate, una lingua che parla e parla notte e giorno in quel momento stava ferma e solo la volontà di parlare ancora fece guarire Rolando. Un giorno questo anticane, ricevette in ospedale la visita di Nat Scammacca, Pietro Terminelli e di Crescenzio Cane e li proprio nel reparto di neurologia, da questo incontro, nacque l’antigruppo. Ma prima di descrivere nascita, vita e passione dell’antigruppo, vorrei parlare di un mio amico anti Rolando, perché amico dei cani. Si tratta del barone inglese o meglio inteso il barone del cane, il quale girava il mondo con un pulmino in compagnia del suo cane, un incrocio, fatto all’epoca delle crociate, tra il pastore scozzese e il San Bernardo, cane di razza nobile dunque. Quanti cani randagi il barone incontrava per la strada, li regalava ai suoi amici più cari. Anche Pasqualino Marchese, un giorno, ebbe affidato un cane. Povero Pasqualino! Ogni giorno faceva il giro delle trattorie e immancabilmente si ritirava con la borsa piena di roba da mangiare per il cane. Il cane, vecchio e malandato, divenne lucido, e per questo a Pasqualino fu attribuito un blasone. Il barone inglese scopri, infatti, che Pasqualino non era Pasqualino Marchese, ma Marchese Pasqualino e che non era affatto povero; «vedere quanto roba da mangiare dare al cane!», ripeteva il barone e convinse del fatto la principessa Oliver e il capitano Oliver e il bello è, che stava convincendo pure me. «In questo palazzo non è permesso entrare con i cani», gridava la portiera. «Il mio cane, signora, non è un cane comune» Senza titolo1rispondeva il barone continuando a scendere gli scalini per venire a casa mia. Povera portiera, un anticane anche lei come Rolando, ma col barone scozzese inutile sperare di vincere. Gli antigruppo non rispettano né morti né vivi, tanto meno i malati, infatti quei giorno in ospedale abbiamo gridato tanto che per miracolo non ci buttarono fuori. L’antigruppo non rispetta nessuno, né padri, né madri, né amici, né nemici. Eravamo andati a far visita non certo per quel sentimento cristiano di confortare il prossimo. Magari! Eravamo andati, invece, perché doveva nascere il nuovo movimento, lì, proprio accanto al letto di Rolando Certa. Ma giuro che io, Cane e Terminelli non lo sapevamo. E nemmeno Certa se lo sognava. Non tenendo conto che da un momento all’altro Rolando poteva diventare cadavere, Cane di qua, Termineili di là, io vicino a Cane parlavamo e parlavamo. Le parole si incrociavano a guisa di pallottole di mitra, il vento antigruppo per la prima volta cominciò a fischiare e poi a ululare insieme a Cane che si alzò mise il petto in fuori, sollevò le labbra e digrignò i denti. Il ringhio fece oscillare le bianche pareti dell’ospedale. Rolando recuperando tutte le forze possibili, volle anche lui parlare Termirelli, fermo ai piedi del letto fissandolo con sguardo funereo e con voce tombale pronunciò la fatidica parola «antigruppo». La parola prima di uscire calie sue labbra aveva echeggiato pesante nell’ampia cavità orale ed era diventata sostanza solida. Quando il colpo cadde ai piedi di Rolando, io Intuii subito che qualcosa di grande stava nascendo e guardando la sua faccia scoprii tutto l’orrore e lo spavento di un uomo che non si sentiva la forza di affrontare cose tanto nuove. Per essere sinceri, i primi ad afferrare il significato vero della parola fummo io e Termineilli. Cane aveva preso a volo solo la prima metà e poi gli venne la rabbia di averla compresa anche lui per intera e perciò di doverla accettare. Per Rolando fu questione di uscire dalla realtà del momento e fuggire dalla morte incombente.

Rolando Certa ê nato a Palermo (1931). Ha vissuto a Mazara del Vallo.Ê Uno dei Fondatori del “Centro per la Cooperazione fra i Popoli del Mediterraneo” con Sede a Mazara del Vallo. E Stato ideatore e Direttore della Rivista “Impegno 70″, poi “Impegno 80″

Rolando Certa ê nato a Palermo (1931). Ha vissuto a Mazara del Vallo.Ê Uno dei Fondatori del “Centro per la Cooperazione fra i Popoli del Mediterraneo” con Sede a Mazara del Vallo. E Stato ideatore e Direttore della Rivista “Impegno 70″, poi “Impegno 80″

  disegni di Nicolò D’Alessandro

Egli girava lentamente il collo da un lato e dall’altro volendo partecipare alla battaglia e alla polemica che già si era scatenata attorno al suo letto. Polemica polemica polemica, entrano gli infermieri e poi i dottori, anche le «sorelle», si accertano che Rolando è ancora vivo e in coro: «Ma signori, continuando così ammazzerete questo uomo. Siete veramente suoi amici? Parlate più piano, e ricordate, signori, questo è un ospedale». Nessuno lo sapeva, ma si trattava della prima testimonianza che l’antigruppo era nato. Roberto Zito non c’ era, altrimenti avrebbe immortalato la scena: la monaca dalle ali bianche, Termineili col vestito scuro, io e Cane due montagne di carne, i dottori e un’ infermiera azzurra e l’occhio vorticante di Rolando. Gli altri ancora non c’erano e non sapevano niente. Gianni Diecidue e Nicola di Majo erano a Castslvetrano, forse al circolo di cultura; Franco Di Marco a Trapani; Santo Cali a Linguaglossa; Antonino Cremona ad Agrigento stava battendo l’ultima pa- gina di «Passa un fatto»; Ignazio Apollonì e Vira facevano la siesta; Natalia era ancora attorno ai fornelli e altri, tanti altri stavano per i fatti loro, tutti ignari di ciò che stava succedendo al reparto di neurologia dell’ospedale di Palermo. Dopo qualche giorno andai a visitare di nuovo Rolando e mi meravigliai di non trovarlo migliorato. «Lo sai che ho avuto una ricaduta? Mi avete quasi ammazzato, ma come si può essere così selvaggi, la suora è proprio arrabbiata». «Ma Rolando, tu forse non hai afferrato l’importanza di ciò che è successo. Tu ora sei parte, anche se intero. L’io ne! noi, Rolando, hai capito finalmente? E quella dell’altro giorno è stata uCCI15092014_43na polemica di assaggio. Solo il principio del discorso antigruppo». «Ma dobbiamo andarci cauti. Nat, con la polemica; La polemica ci danneggia». E giù discorsi su questo o quell’altro, una valanga di critica sufficiente a seppellire mezza Sicilia. Rolando riprendeva forza. Rolando era in fase di guarigione, cosa chiarissima. Rolando non finì più di parlare. Rolando il siciliano fino al midollo, chiedetelo a sua moglie. Rolando il provinciale, l’ingenuo, fatevelo raccontare dalle «ginocchia». Rolando il cuore tenero che s’innamora a ogni stagione, che canta ai piedi di un albero o di una sedicenne, che parla del suo amore tenero come la lattuga, rosso come il pomodoro, che bagna il suo ardore nell’ azzurro mare dove pesci guizzano in tutte le stagioni e le conchiglie sussurrano dolcemente di lontane avventure. La poesia di Rolando è fiume d’amore, è valanga, chiedetelo a Pasqualino Marchese che voleva asciugare la bianca schiuma dell’amore rosso di Rolando. Rolando ama tutti noi. E noi tutti amiamo Rolando. Rolando ama il popolo e gli altri popoli, cileni e vietnamiti e congolesi. Rolando ama l’universo. E mentre parla d’amore, Rolando ferma la sua macchina per dirti del cuore di Allende, blocca il traffico e cita versi di Neruda. Ma attenti, c’è sempre il rinculo a ogni colpo, e guai se non menzionate Rolando quando parlate della letteratura contemporanea.Non si può approfittare all’infinito dell’amore di Rolando; se tiri troppo, la corda si spezza e allora puoi vedere i denti di Rolando pronti a finire sul tuo sedere. Certo devo ammettere che Rolando sa su quale Iato del pane sta il burro e se non ce lo vede, ti ricorda che il burro va messo. Ma sotto sotto, Rolando ha un gran cuore. Sotto i difetti della Sicilia, che sono tutti i difetti di di Rolando, c’è un grande cuore, grande quanto la Sicilia di Rolando. Se l’antigruppo da un lato è odio (chiedetelo a Pietro Termineili), a Mazara, l’antigruppo è amore, l’amore di Rolando. Egli è pronto a difenderlo questo amore, gridando in piazza le sue poesie per Neruda, per Allende, per i Cileni e per i negri e per i bambini e per le quattordicenni; una vera stagione d’ amore che ruota in provincia.

       disegni di Nicolò D’Alessandro

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